Chi sono i candidati alle elezioni presidenziali in Tunisia

Domenica 15 settembre gli elettori in Tunisia saranno chiamati a eleggere il nuovo presidente che raccoglierà l’eredità lasciata da Beji Caid Essebsi. Morto a 92 anni lo scorso 25 luglio, è stato il primo capo di stato del Paese eletto democraticamente dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011.

In lizza, quest’anno, ci sono 26 candidati: tra loro una serie di pesi massimi della politica tunisina, dall’attuale primo ministro Youssef Chahed al ministro della Difesa Abdelkarim Zbidi, dall’ex presidente Moncef Marzouki (in carica ad interim per tre anni tra 2011 e 2014) all’esponente del partito islamista Ennahda, Abdelfattah Mourou. E poi ancora Abir Moussi, una delle due sole donne candidate, senza naturalmente dimenticare quello che diversi osservatori indicano come il favorito numero uno: Nabil Karoui, magnate della televisione attualmente in carcere per un caso di corruzione e riciclaggio di denaro.

La posta in gioco

In Tunisia il presidente detiene il potere decisionale in materia di politica estera, di difesa e di sicurezza nazionale, mentre del resto si occupano il governo e il parlamento. È da questo presupposto, e da un complicato intreccio di date, che conviene partire per provare a comprendere la portata del voto del prossimo fine settimana.

Il 6 ottobre, a venti giorni di distanza dalle elezioni presidenziali, i cittadini tunisini si recheranno infatti alle urne anche per rinnovare il parlamento: in un mese appena, il panorama politico a Tunisi rischia insomma di cambiare in maniera notevole. In verità non è neppure detto che lunedì prossimo, dopo il voto, la Tunisia si risvegli con un nuovo presidente: se nessun candidato dovesse ottenere la maggioranza assoluta, è previsto un ballottaggio tra i due più votati. In questa (probabile) eventualità, il secondo turno slitterebbe a dopo il voto parlamentare.

Il rimescolamento di date è dipeso dalla morte di Essebsi: originariamente, infatti, il calendario di voto prevedeva a ottobre l’elezione del parlamento e solo in un secondo momento, a novembre, quella del presidente. La necessità di nominare un nuovo capo di stato entro 90 giorni dalla morte di Essebsi, come sancito dalla costituzione tunisina, ha però ribaltato tutto, provocando una corsa alle presidenziali di tutti i partiti politici.

Secondo il Washington Post, la bagarre è “estremamente competitiva e straordinariamente imprevedibile” e l’attenzione posta sulle elezioni presidenziali, dovute all’incertezza dell’esito, rischia di relegare le elezioni parlamentari a un evento secondario.

Il quotidiano statunitense sottolinea come il risultato delle urne potrebbe incidere sul sistema semi-presidenziale attualmente in vigore in Tunisia. Un presidente senza il sostegno di un partito forte in parlamento, scrive il WP, potrebbe sostenere un sistema più presidenziale e spingere per cambiamenti costituzionali. Viceversa, un presidente con un forte sostegno parlamentare potrebbe avere interesse a rafforzare il parlamento.

La rivoluzione democratica, l’economia che stenta

Di tutti i paesi coinvolti più pesantemente dalle rivoluzioni dei primi anni Dieci del Duemila, la Tunisia è l’unico a essere considerato un esempio di successo, a differenza di stati nordafricani come Egitto e Libia o di mediorientali come Yemen e Siria. La deposizione del presidente Zine El-Abidine Ben Ali, dopo oltre 23 anni al potere, ha aperto una stagione che giunge ora alle seconde elezioni democratiche del paese.

La transizione dalla Primavera Araba, che proprio in Tunisia prese il via dopo la morte del giovane Mohamed Bouazizi nel dicembre del 2010, ha tuttavia attraversato lunghi periodi di caos e di violenze (in particolare a cavallo del 2013) e diversi episodi di terrorismo che proseguono ancora oggi.

Sicurezza da una parte, economia dall’altra: ancora oggi sono questi due delle questioni irrisolte del paese africano più vicino all’Italia. “La gente dice che le cose vanno peggio ora rispetto al 2011 a causa di problemi di sicurezza e dei costi che devono affrontare, ad esempio, per l’istruzione e la vita quotidiana”, ha raccontato al Guardian l’ingegnere tunisino Hichem el Amri. Il prezzo dei beni di prima necessità, si legge sul quotidiano britannico, dalla rivoluzione in poi è raddoppiato o addirittura triplicato.

In un’economia che stenta a ristabilirsi, un ruolo fondamentale lo ricopre il sostegno economico internazionale. Quello arrivato dagli Stati Uniti (che recentemente hanno stipulato un accordo da 335 milioni di dollari per i prossimi cinque anni) e anche dall’Unione europea, in questi anni al fianco di Tunisi con progetti bilaterali da due miliardi e mezzo tra 2011 e 2017 e altri 500 milioni in arrivo fino al 2020. Il voto di domenica, e le dinamiche politiche che ne scaturiranno, sarà importante anche in ottica internazionale.

Uno sguardo ai candidati

La lista dei candidati, come detto, è lunga. Da segnalare la presenza, per la prima volta, di un esponente di Ennhada, il cosiddetto Movimento della Rinascita, di orientamento islamista e bandito dalla scena politica fino alla rivoluzione del 2011. La presenza di Abdelfattah Mourou, 71 anni, è di spessore, considerato il consenso di cui gode Ennahda: lo scorso anno, per esempio, la sua rappresentante Souad Abderrahim è stata eletta sindaco di Tunisi.

A competere per la poltrona da presidente c’è poi l’attuale primo ministro Youssef Chahed, in carica dal 2016, fautore di una politica di tagli alla spesa pubblica nel tentativo di risanare i conti tunisini. Il premier, che la prossima settimana compirà 44 anni, è presidente del partito Long Live Tunisia (Tahya Tounes), dopo aver abbandonato Nidaa Tounes, lo schieramento dell’ex presidente Essebsi.

In lizza anche Abdelkarim Zbidi, 69 anni e ultimo ministro della Difesa tunisino, carica da cui si è dimesso dopo aver ufficializzato la propria corsa presidenziale. In campagna elettorale, Zbidi ha promesso di modificare la costituzione per porre fine alla “irragionevole” divisione del potere tra le cariche di primo ministro e di capo di stato. Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Abir Moussa, una delle due donne candidate, che intende rivedere la legge fondamentale dello stato e rafforzare la centralità del potere. Moussi, 44 anni, è il volto del Movimento Destourian, l’erede del Raggruppamento Costituzionale Democratico fondato dall’ex presidente esiliato Ben Ali.

A tentare un’affermazione a sorpresa ci saranno anche due ex primi ministri: il 57enne Mehdi Jomaa, in carica tra 2014 e 2015, e Hamadi Jebali, al governo tra la fine del 2011 e il 2013.

Il nome più chiacchierato di tutti rimane però un altro: quello di Nabil Karoui. Il 56enne, fondatore del canale televisivo Nessma (di cui dal 2008 Mediaset detiene il 25% della proprietà), da fine agosto si trova in carcere per un’accusa di riciclaggio e frode finanziaria. La sua candidatura, fino a un’eventuale condanna, rimane comunque valida; dal canto suo, Karoui e il suo partito (Qalb Tounes, Al cuore della Tunisia) lamentano una detenzione di natura politica.

Oltre che in tribunale, la sua figura è da mesi al centro del dibattito parlamentare: nel 2017, ricorda Reuters, ha fondato un’associazione benefica per combattere la povertà, e da allora non ha perso occasione per pubblicizzare le sue attività filantropiche anche tramite il popolare canale televisivo di cui è proprietario. Una mossa che ha scatenato le opposizioni: a giugno, l’assemblea tunisina ha approvato una legge che impedisce a chi gestisce enti di beneficenza di presentarsi alle elezioni. Il testo, prima di entrare in vigore, aveva bisogno della firma del presidente: un passaggio che il defunto Essebsi non ha mai fatto, e che consentirà a Karoui di correre per ereditarne il testimone.