Chi sta guadagnando dalla guerra dei dazi 

Le squadre negoziali di Cina e Stati Uniti s’incontrano a Pechino nel secondo giorno di negoziazione sulla guerra commerciale, in un faccia a faccia che rappresenta una delle sfide più difficili dalla fine della guerra fredda. Ecco i vantaggi e gli svantaggi con i quali, secondo il Financial Times, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, si contendono l’esito di questa tregua di 90 giorni, che i due hanno concordato e che scadrà ai primi di marzo.

Secondo il giornale britannico, Trump sta giocando d’attacco, cercando di mettere un freno allo slancio della politica economica cinese, che include il boom del suo export e il trasferimento forzato di tecnologia dagli Usa. Xi invece sta difendendo uno status quo che ha consentito alla Cina una straordinaria crescita economica e che ha arricchito le imprese cinesi ma anche molte aziende statunitensi.

Entrambi i presidenti sono sempre più vulnerabili a casa. Trump sta combattendo un partito democratico in ripresa e Xi sta lottando contro un pericoloso rallentamento della crescita economica cinese. Entrambi devono affrontare dei mercati estremamente volatili.

L’economia avvantaggia Trump

L’economia cinese è cresciuta del 6,7% ma la sua crescita è in forte rallentamento e le nuove tariffe Usa rischiano di impattare negativamente sul suo export. Le esportazioni rappresentano ancora una quota di attività economica superiore a quella auspicata da Pechino e molti nutrono dubbi sul fatto che la tradizionale risposta di Pechino alle crisi, basata sugli stimoli all’economia alimentati dal debito, stavolta sarà altrettanto efficace. Le prospettive economiche Usa sembrano più rosee.

Vi sono segnali di allarme e si teme una recessione ciclica nei settori colpiti dalle ritorsioni cinesi. Ma a dicembre, la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti ha superato di gran lunga le aspettative, rafforzando la convinzione di Trump che le sue politiche commerciali non abbiano danneggiato l’economia americana e possano persino aiutarla.

La politica avvantaggia Xi

Dire che il presidente Xi non debba affrontare pressioni politiche perché la Cina non ha una democrazia elettorale è semplicistico. Anche in Cina esistono élite che influenzano il processo decisionale e alcuni tradizionali alleati di Xi, secondo fonti citate dal Ft, sono a disagio per la minaccia che la guerra commerciale crea ai loro interessi personali, mentre a livello più generale c’è turbanto per la spaccatura con gli Stati Uniti, che arriva nel bel mezzo di una stretta politica interna.

Il presidente Trump però deve affrontare pressioni molto piuù immediate. È alle prese con una dura campagna elettorale per la rielezione nel 2020 con i sondaggi che lo danno in ribasso e dopo una sconfitta alle elezioni di metà mandato, che ha dato ai democratici il controllo della Camera.

Il leitmotiv della sua campagna elettorale è che sarà “duro con la Cina”, ma ha poi costantemente promesso un accordo con il presidente Xi. Cio’ conferisce alla Cina un potere negoziale. Per questo Pechino ritiene a che Trump accetterà un accordo che gli consenta di cantare vittoria. I mercati avvantaggiano Xi I mercati azionari di entrambi i Paesi sono sull’ottovolante. La Borsa di Shanghai scambia ai minimi dal 2014, mentre il Dow Jones ha subito una correzione brutale. Per entrambi i presidenti, l’andamento del mercato azionario rappresenta il referendum che i mercati finanziari stanno tenendo sulle loro politiche.

Le due strategie

Trump è ossessionato dal mercato azionario. Il marxista Xi ha una relazione meno viscerale con il mercato e ha messo alla gogna quesi tecnocrati finanziari che avrebbero potuto opporsi al suo dirigismo politico. Il rallentamento economico e lo schianto del sistema bancario ombra hanno spazzato via molte compagnie private, lasciando la Cina nel suo complesso più dipendente dall’apparato statale. La storia, non avvantaggia nessuno dei due Stati Uniti e Cina si confrontano su molti fronti, ma entrambi i Paesi si considerano dall “parte giusta della storia”.

L’amministrazione Trump si considera l’erede dell’era Reagan. Robert Lighthizer, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, è un veterano dei negoziati con il Giappone ai tempi della bolla degli anni ’80 ed è la mente della guerra tariffaria. Per tutti il punto di riferimento è il crollo dell’Unione Sovietica, la cui economia pianificata non ha saputo tenere il passo di fronte alle crescenti spese militari di Ronald Reagan. Il presidente Xi è determinato a non lasciare che il partito comunista cinese subisca il destino dell’Unione Sovietica.

Può trarre conforto dalla sua eredità di famiglia: alla fine della seconda guerra mondiale, quando i comunisti di Mao sembravano deboli, suo padre Xi Zhongxun coordinò un ritiro organizzato dalla loro capitale Yan’an. Dopo aver dato l’impressione di aver ceduto Yan’an, i comunisti cinesi hanno lanciato un massiccio contrattacco e hanno vinto la guerra civile. L’uso cinese della debolezza strategica è uno stratagemma che gli americani farebbero bene a non ignorare.