Daugherty, Ravel, Poulenc, Gershwin: flirt tra il vecchio e il nuovo continente

Cosa sarebbe successo se Beethoven avesse incontrato l’America?
Ce lo dice molto bene Francis Poulenc, che con la sua Sinfonietta (1947) realizza un felice e fresco incontro tra la vecchia Europa e il nuovo continente, facendo un po’ l’operazione complementare a quella tentata da Gershwin qualche anno prima, ossia incorporare una tradizione nell’altra. Quello di un certo contatto, di un’unione matrimoniale, è il tema del concerto intitolato “Flirt Americani” nel quale si nota una certa continuità sonora e stilistica che si traduce nella commistione degli atteggiamenti tipici delle due grandi aree geografiche della musica occidentale.
Così abbiamo da una parte la Sinfonietta di Poulenc, in quattro movimenti, e – virtuosistico tripudio di colori – il Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel che mantengono forme, strutture e persino titoli classici (Poulenc alleggerisce il nome della sua composizione con un diminutivo vezzeggiativo, non tanto per via delle dimensioni ma proprio per l’approccio leggero che la caratterizza) e li condiscono di citazioni, riferimenti, ritmi “esotici”. Dall’altra George Gershwin, uno dei capostipiti di un certo modo di fare musica negli StatiUniti (ossia nobilitare il jazz attraverso una scrittura sinfonica) e uno dei compositori più in vista degli ultimi anni, Michael Daugherty, rappresentante di uno stile eclettico, postmoderno e libero da dogmi, vincitore di vari Grammy. In entrambi i casi i due americani sono già indipendenti dai contenitori standard della musica classica e scrivono per visioni.

Sunset Strip è una porzione della Sunset Boulevard di Los Angeles che ha ispirato Daugherty («creo

sempre paesaggi musicali nelle mie composizioni», ha detto l’americano). La suite, Sunset Strip appunto, composta nel 1999, è divisa in tre brani che sono tre momenti della giornata – 7 am; Nocturne; 7 pm – e che suonano in base a ciò che in quegli orari si può vivere in quella striscia di strada lunga due chilometri e mezzo: tra ristoranti, club e traffico, si svolge una piccola sinfonia metropolitana ricca di rimandi (ci si può divertire a scorgere suggestioni che arrestano prima di diventare vere e proprie citazioni) e in cui emerge la particolare disposizione di Daugherty nella scrittura per strumenti a fiato.

I Got Rythm è uno standard jazz, estrapolato dal musical Girl Crazy, del quale lo stesso Gershwin elaborò delle variazioni per pianoforte e orchestra. Il pianista IainFarrington ne ha in seguito realizzato una versione per orchestra da camera che di certo non priva il pezzo del suo smalto, a dimostrare – se ce ne fosse bisogno – la potenza che anche una canzone, se ben scritta, può mantenere a prescindere da generi, abiti e stili.

Federico Capitoni

 

venerdì 14 settembre 2018
Conservatorio Giuseppe Verdi
ore 17

FLIR

T AMERICANI

Orchestra I Pomeriggi Musicali
Alessandro Cadario direttore
Zee Zee pianoforte

Michael Daugherty
Sunset strip

Maurice Ravel
Concerto in sol per pianoforte e orchestra

Francis Poulenc
Sinfonietta

George Gershwin
Variations on I got Rhythm (trascrizione per orchestra da camera di Iain Farrington)