Era un lunedì e Tony Blair mise a riposo il boia

Vent’anni fa, il 9 novembre 1998, la corona inglese diede il via libera allo Human Rights Act, la principale legge britannica sui diritti umani introdotta dal primo governo di Tony Blair, rivoluzionando in parte il sistema giuridico nazionale. È considerata una legge che ha messo la Gran Bretagna all’avanguardia nel rispetto dei diritti dell’uomo, tra l’altro abolendo la pena di morte anche per i reati militari e in tempo di guerra (per l’omicidio l’abolizione risaliva al 1969).

Dalla sua entrata in vigore, il 2 ottobre 2001, lo Human Rights Act è tornato più volte alla ribalta del dibattito politico nazionale e, ora, il suo anniversario ricorre nel contesto dei negoziati serrati tra Londra e l’Unione europea sulla Brexit. Dopo l’uscita dall’Ue, il governo May intende sostituirlo con un Bill of Rights che potrebbe segnare un passo indietro sui diritti.  

La preminenza della Convenzione Europea

La legge ha segnato la subordinazione delle leggi inglesi ai diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) del 1953. In altre parole lo Human Rights Act ha stabilito che tutte le leggi nazionali devono essere lette ed applicate dai giudici conformemente ai diritti garantiti dalla Corte europea per i diritti dell’Uomo, “tenendo conto” della giurisprudenza, delle pronunce e delle decisioni del tribunale di Strasburgo.

Al lato pratico, la legge del 1998, voluta dal partito laburista con il supporto di tutto lo spettro politico britannico, ha stabilito per la prima volta un elenco di diritti fondamentali – quelli previsti dalla Corte europea per i diritti dell’Uomo – da proteggere in modo prioritario rispetto alla giurisprudenza nazionale: dal diritto alla vita a quello alla libera opinione ed espressione, fino al diritto alla privacy e a un giusto processo. Da allora in poi la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, avrebbe avuto l’ultima parola, se interpellata, in tanti processi e procedimenti.

La sovranità del Parlamento

Lo Human Rights Act ha anche introdotto una forma di “judicial review of the law”: nel caso in cui le leggi inglesi risultino inconciliabili con le norme convenzionali europee, le Corti di giustizia britanniche (non solo la Corte suprema, ma anche le Corti d’Appello e persino le High Courts) possono emanare una “dichiarazione di incompatibilità”. Questa dichiarazione non priva le norme della loro validità e non produce effetti nel giudizio in cui è stata emessa, tuttavia il governo può con un proprio atto apportare le modifiche necessarie ad armonizzarle con la Convenzione e, a quanto risulta, sinora vi ha sempre provveduto. Fatta salva la possibilità che sia il Parlamento stesso a emendare la legge dichiarata incompatibile con la Cedu.

Nella patria della sovranità del Parlamento, il fatto che le Corti possano sottoporre la legge al proprio giudizio ha rappresentato una vera e propria rivoluzione. Oltre al fatto di aver introdotto nel sistema giuridico inglese un elenco di diritti fondamentali, mentre prima non prevedeva una Costituzione scritta, e a fare testo erano i precedenti giuridici.

Una Corte non troppo Suprema

Un’altra conseguenza dello Human Rights Act è stata l’istituzione della Corte Suprema – attraverso il Constitutional Reform Act del 2005 – che ha ulteriormente distinto i poteri dello Stato ed assicurato una maggiore garanzia dei diritti fondamentali. A far parte della Corte Suprema, operativa dal 1° ottobre 2009, sono però gli stessi Law Lords che costituivano il Judicial Committee, l’organo della Camera dei Lord che ne esercitava in concreto le funzioni giudiziarie. Pur risultando sminuita la possibilità di sindacare le leggi alla luce dei diritti fondamentali, ci fu molta curiosità e attesa intorno alle prime pronunce del nuovo collegio.

La prima Brexit è di Cameron

Un duro colpo allo Human Rights Act era stato portato nel 2015 dall’esecutivo guidato dal conservatore David Cameron, che ha affidato al suo ministro della Giustizia, Michael Gove, un piano per abolire la principale legge britannica sui diritti umani e di conseguenza il legame formale con l’Ue nel settore della giustizia. Il piano dei conservatori prevedeva l’introduzione di nuove norme per dare a Londra più libertà di attuare misure restrittive su immigrazione e criminalità. Ci fu un’alzata di scudi all’interno degli stessi Tory, ma soprattutto delle altre forze politiche, dei difensori dei diritti civili ed umani, che hanno denunciato il rischio di regressione dei diritti alla privacy, ad un processo equo, alla libertà di manifestare e a tutelarsi da discriminazioni e torture. Vent’anni dopo lo Human Rights Act è ancora vigente, ma ora con la Brexit potrebbe avere i giorni contati.