Il fratellastro di Kim jong-un era un informatore della Cia

Kim Jong-nam, il fratellastro del leader nordcoreano, Kim Jong-un, avvelenato nel 2017 con il gas nervino all’aeroporto di Kuala Lumpur, in Malaysia, era un informatore della Cia.

A rivelarlo è una fonte del Wall Street Journal che afferma come il dissidente avesse avuto diversi incontri con agenti operativi, prima della morte. Per l’omicidio furono arrestate due donne, la vietnamita Doan Thi Huang e la indonesiana Siti Aysiah, accusate di aver usato l’agente Vx.

Le due imputate, processate dall’Alta Corte di Shah Alam, in Malaysia, dichiararono di aver pensato di partecipare a una sorta di candid camera: sono state rilasciate nei mesi scorsi e sono rientrate nei loro Paesi di origine.

Non era ritenuto affidabile come il fratello minore, Kim Jong-un, e aveva perso la fiducia del padre, Kim Jong-il. Negli anni in cui visse a Macao, Kim Jong-nam riciclava denaro sporco attraverso i casinò della Las Vegas asiatica ed era in contatto con alcuni gangster. La vicinanza con la Cia sarebbe confermata anche da un libro in uscia,  The Great Successor, dedicato alla figura di Kim Jong-un, scritto dalla corrispondente a Pechino del Washington Post, Anna Fifield.

Nato da una relazione tra Kim Jong-il e l’attrice Song Hye-rim, morta a Mosca nel 2002, mentre si stava sottoponendo ad alcune cure, Kim Jong-nam visse da non-predestinato nella famiglia più potente della Corea del Nord, e trascorse gran parte della sua vita in esilio: non tornò in Corea del Nord per il funerale del padre, nel dicembre 2011, e non fu a Pyongyang neppure ad assistere all’insediamento del fratello, Kim Jong-un, come leader supremo del Paese.

Kim Jong-nam sarebbe stato contrario alla successione al potere per via ereditaria, e a favore delle riforme: in privato avrebbe anche mostrato riserve nei confronti del fratello minore alla guida del Paese. Quando quelle confessioni divennero pubbliche, nel libro My father, Kim Jong-il and I, pubblicato nel 2012 sulle corrispondenze intrattenute con un giornalista del Tokyo Shimbun, Yoji Gomi, si pentì delle dure affermazioni messe nero su bianco cercando un perdono che il fratello, probabilmente, non gli concesse.  

“C’era un nesso” tra lo spionaggio Usa e Kim Jong-nam, scrive il quotidiano statunitense, anche se molti dettagli sui suoi legami con la Cia rimangono oscuri. A causa dell’assenza di contatti tra il fratellastro dell’attuale dittatore e la leadership di Pyongyang, ad esempio, è difficile crede che l’agenzia americana abbia ricevuto informazioni di grande rilevanza. 

Ex funzionari citati dal Wall Street Journal ritengono che Kim Jong-nam, che viveva prevalentemente a Macao, regione amministrativa speciale della Cina, avesse contatti anche con altri agenti dei servizi di sicurezza, in particolare cinesi. La notizia di questo stretto legame arriva a oltre due anni dalla morte dell’uomo, anche se già a maggio 2017, il quotidiano giapponese Asahi Shimbun aveva riferito di un incontro in Malaysia, sull’isola di Langkawi, avvenuto pochi giorni prima dell’avvelenamento, con un cittadino statunitense di origini coreane ritenuto un agente della Cia.

Secondo gli Stati Uniti e la Corea del Sud, dietro l’omicidio ci sarebbe la mano del regime nordcoreano che, invece, ha sempre negato di avere avuto un ruolo nella vicenda. Il mistero attorno al fratellastro di Kim riguarda anche il figlio, Kim Han-sol: dopo la morte del padre, il giovane, oggi 23enne, sarebbe stato stato portato via da Macao da un gruppo di dissidenti nordcoreani, il Cheollima Civil Defense, noto anche come Free Joseon Group, ringraziato in un video di recente pubblicazione. Ad oggi non è noto dove si trovi.

La stella di Kim Jong-nam si era già appannata anni prima, più precisamente nel 2001, quando venne fermato all’aeroporto Narita di Tokyo, dopo aver esibito un passaporto falso della Repubblica Dominicana. Il tentativo di entrare nel Paese lo avrebbe fatto cadere in disgrazia agli occhi del padre, facendogli perdere ogni chance di succedergli alla sua morte.

Agli agenti che lo interrogarono, disse che voleva andare a Tokyo Disneyland. L’incidente mise in imbarazzo la leadership, e Kim Jong-il dovette rinunciare a un viaggio a Pechino. Non sarebbe stata la prima volta che Kim Jong-nam visitava in segreto il Giappone, per cui aveva un debole, in particolare per il lussuoso distretto di Akasaka. Poi l’avvelenamento e la morte. Il potere nel quale era cresciuto non lo aveva risparmiato, pensarono in molti, anche se la Corea del Nord ha sempre smentito di avere avuto un ruolo nel suo omicidio, e il processo che si tenne nei confronti delle due imputate alla Corte di Shah Alam, in Malaysia, non contribuì a fare chiarezza sui mandanti.