In Francia è in atto una dura polemica sulle origini africane di ​Tutankhamon

La mostra sul faraone Tutankhamon, in corso al Parc de la Villette di Parigi, ha suscitato le ire di alcuni militanti “afrocentristi”. Secondo loro, l’esposizione occulterebbe volontariamente le origini africane del grande sovrano egizio della XVIII dinastia e, più in generale, quelle della civiltà sviluppatasi sulle rive del Nilo.

La risposta degli egittologi e degli archeologi non si è fatta attendere. Una di loro – la professoressa Bènèdicte Lhoyer, docente alla Scuola del Louvre e all’università cattolica di Parigi – ha smontato le accuse in un’intervista pubblicata dal settimanale Le Point. Per i militanti di questo “afrocentrismo”, spiega la professoressa, “gli egittologi bianchi avrebbero rotto il naso a statue e mummie per nasconderne i tratti e l’origine africane della civiltà egizia. Secondo loro – continua Lhoyer – è questo il motivo per il quale la Sfinge risultata essere danneggiata proprio sul naso”.

Altre accuse riguardano invece i colori usati per raffigurare uomini e donne nei geroglifici, nonché i toni cromatici assunti nei millenni dalle mummie. Ad esempio, le figure maschili sono spesso dipinte di rosso scuro (tendente al nero) in tombe e templi, mentre quelle femminili in giallo.

Per gli egittologi questo si spiega con una differenza di mansioni sociali. “L’iconografia egizia – spiega Lhoyer – non rappresenta la realtà ma la concentrazione del mondo che avevano gli antichi egiziani”. Le differenze di colori tra i sessi sono spiegate dall’idea che “l’uomo aveva mansioni attive, svolte sotto il sole. La donna, più chiara, si dedicava a mansioni domestiche”.

Secondo la professoressa, i militanti afrocentrici “usano le immagini di statue di Tutankhamon annerite per sostenere che avesse la pelle nera. La stessa tesi è sostenuta per la sua mummia”. Ma, spiega ancora Lhoyer, “questo dipende dalla quantità di resine usate per la mummificazione, che si è annerita”.

Qualche settimana fa, un gruppo di militanti antirazzisti aveva impedito la rappresentazione della tragedia di Eschilo “Le Supplici” alla Sorbona, accusando la compagnia teatrale di aver scelto di fare il “blackface”, ossia ricorrendo all’uso di maschere nere per attori bianchi.