La crisi senza fine di Deutsche Bank

In un rapporto del giugno 2016 il Fondo Monetario Internazionale definì la Deutsche Bank come la più grande fonte potenziale al mondo di shock esterni per il sistema finanziario. La divisione americana del colosso tedesco del credito aveva fallito gli stress test (ovvero quelle simulazioni che valutano la resistenza di una banca a eventuali crisi sistemiche) della Federal Reserve e gli occhi del mondo erano tornati a rivolgersi su quella colossale pila di derivati (i prodotti finanziari il cui valore dipende da quello di un altro strumento, quelli – per intenderci – alla base della devastante crisi dei mutui del 2008) nella pancia dell’istituto: 42 mila miliardi di dollari, ovvero sedici volte il Pil della Germania. Almeno secondo le stime più caute. L’anno prima Deutsche Bank era stata investita dallo scandalo Libor, relativo alla manipolazione fraudolenta dei tassi di riferimento sui mutui immobiliari. I vertici di allora furono costretti a dimettersi e il conto di multe e risarcimenti superò i due miliardi e mezzo. Il 2015 si chiuse con una perdita netta di 6,8 miliardi di euro.

Un danno, prima di tutto, d’immagine

Le conseguenze dello scandalo andarono ben oltre l’esborso. Il caso fu un colpo durissimo per la credibilità di una compagnia che era sempre stata tra i simboli dell’affidabilità tedesca. Il risultato fu una fuga degli azionisti. La capitalizzazione di mercato, che all’inizio del 2015 superava i 40 miliardi di dollari (cifra che era già meno di un millesimo dell’esposizione a derivati), sprofondò fino a toccare un minimo di 15,7 miliardi di dollari nel settembre 2016, mese nel quale il dipartimento di Giustizia Usa chiede il pagamento di una sanzione da 14 miliardi di dollari (successivamente ridotta della metà) per irregolarità nella vendita di obbligazioni garantite da mutui. Il titolo in borsa risalirà la china solo al prezzo di una ristrutturazione dolorosissima, costata migliaia di posti di lavoro. “Immaginate di acquistare una casa per duemila dollari con garanzie per un dollaro”, scrisse all’epoca il Financial Times per sottolineare la sproporzione tra valore di mercato ed un’esposizione ai derivati che è il 12% di quella totale mondiale

“Non siamo pericolosi”

Il Chief Risk Officer del gruppo, Stuart Lewis, nell’autunno del 2016 si impegnò in una lunga campagna stampa per negare la pericolosità di una simile esposizione, “non così rischiosa come gli investitori potrebbero credere”, disse al Welt am Sonntag. Giurò che la banca era impegnata a ridurre i derivati nel proprio portafoglio e sottolineò che l’esposizione netta era estremamente più bassa, 41 miliardi circa. Una rassicurazione, sottolineò la Banca per i Regolamenti Internazionali, che vale però solo in un mercato di derivati perfettamente funzionante. Se una controparte fallisce, invece, si innesca una reazione a catena dalle dimensioni imprevedibili, soprattutto se i titoli in oggetto sono stati cartolarizzati più volte. “Non siamo pericolosi, la nostra casa è stabile”, ribadì Lewis alla Faz. Secondo molti analisti il punto è un altro: un collasso di Deutsche Bank dovuto a una nuova crisi dei derivati sarebbe un po’ come un’eruzione del supervulcano dei Campi Flegrei. Avrebbe effetti così terrificanti che è davvero meglio non pensarci. Anche perché, con la direttiva sul bail-in europea, le perdite ricadrebbero interamente sugli investitori. L’americana Morgan Stanley, per citare l’unica banca con un’esposizione paragonabile a quella di Deutsche Bank, non creerebbe problemi simili. La Fed tornerebbe a stampare trilioni di dollari per tappare il buco, come ai tempi della crisi dei mutui, e la situazione verrebbe, in qualche modo, risolta. 

Auf wiedersehen, John Cryan

La voragine nei conti verrà ridotta gli anni successivi, chiusi comunque in rosso (di 1,4 miliardi nel 2016 e 0,7 miliardi nel 2017). I guai legali, nel frattempo, continueranno. Nel gennaio 2017 arriva dagli Usa un’altra multa da 425 milioni di dollari per violazione delle sanzioni alla Russia e sono attualmente in corso indagini in Australia per violazione delle leggi sulla concorrenza. A soccorrere il gigante coi piedi d’argilla arrivano i soliti cinesi: il gruppo Hna aumenta la propria partecipazione fino al 10%, diventando il principale azionista. Ma gli investitori hanno perso la pazienza: speravano in un ritorno in utile nel 2017, invece il taglio dei costi non sembra sortire gli effetti sperati, il fatturato è sceso ai minimi da sette anni e il ramo investment banking continua a generare ricavi decisamente inferiori rispetto alla concorrenza e la vendita delle attività in Spagna, Portogallo e Belgio non viene mai portata a termine. Si scoprono perdite legate ai derivati delle quali gli azionisti non sapevano nulla, confermando l’immagine di una banca poco trasparente e con parecchi scheletri (contabili) nell’armadio. E, soprattutto, non sembra esserci una strategia di rilancio chiara. Nell’aprile 2018 l’amministratore delegato John Cryan, reclutato nel 2015 per ripartire dopo lo scandalo Libor, è costretto a lasciare il posto al capo del settore retail, Christian Sewing, che si ritrova una banca le cui azioni si sono deprezzate del 30% solo dall’inizio dell’anno. In borsa la performance di Deutsche Bank è stata, nell’ultimo anno, la peggiore tra i grandi istituti europei. Il titolo di migliore, per la cronaca, spetta all’italiana Unicredit.

La prima iniziativa di Sewing è portare da 9 mila a 10 mila i licenziamenti previsti dal piano al 2020. La seconda è annunciare un drastico ripensamento del modello di business. Via dai mercati obbligazionari americani, dove la concorrenza dei padroni di casa è troppo agguerrita, per tornare a concentrarsi sul mercato europeo, sui prestiti alle grandi aziende, cercando di recuperare la vocazione originale di “una banca tedesca per la Germania”. Numerosi dirigenti lasciano in aperta polemica. È infatti la divisione americana, ovvero quella che Sewing vorrebbe sottoporre a un brusco ridimensionamento, quella che fa più utili. Un brusco memento sarebbe giunto a breve. 

L’ultima tegola

Sewing non ha nemmeno il tempo di respirare che dalla Federal Reserve arriva la seconda bocciatura consecutiva negli stress test sui piani di capitale e la qualità della gestione. Su questo punto era venuta fuori, intanto, una gaffe incredibile, relativa al versamento per errore a Macquarie di ben 30 miliardi di dollari, poi recuperati, dovuto – pare – a un errore umano. La divisione Usa di Deutsche Bank è l’unica, su 35 banche, a non vedersi approvati i piani su dividendi e buyback. 

“Nel loro esame qualitativo i supervisori della Fed hanno riscontrato «ampie carenze» nei sistemi interni di controllo della banca tedesca e nella gestione dati”, spiega la Stampa, “una delle conseguenze della bocciatura sarà una limitazione dei profitti che la filiale nord americana potrà rimpatriare a vantaggio della casa madre a Francoforte. Una limitazione piuttosto dolorosa per Deutsche Bank se si considera che da due anni consecutivi i bilanci dell’istituto sono ormai in rosso e che la divisione statunitense rappresentava uno dei rami della banca ancora proficui”. Nel frattempo, in borsa, le perdite accumulate dall’inizio dell’anno sono giunte al 41% e il prezzo delle azioni è sceso sotto la soglia psicologica dei 10 euro. Un colpo simbolico all’immagine del ‘made in Germany’ ancora più duro dell’eliminazione dal Mondiale.

@CiccioRusso_Agi