La guerra delle classifiche nel tennis professionistico

Tennis contro tennis. Le troppe anime dello sport delle racchetta sono sempre in guerra perché difendono interessi molto diversi, e sempre con tanti soldi in ballo. Il neo presidente Itf (la Federtennis mondiale che gestisce i tornei dello Slam e le grandi prove a squadre per nazioni), lo statunitense David Haggerty, ne sta combinando una dietro l’altra. Ha varato la rivoluzione della Coppa Davis, finanziata con 2,5 miliardi di euro dal calciatore-imprenditore Gerard Piqué, scontentando tutti e scatenando l’immediata reazione dell’Atp (che invece gestisce i tornei stagionali maschili). Così la vecchia Coppa delle Nazioni e la Hopman Cup si sono fuse nella nuova Coppa del Mondo, ai primi di gennaio, in tre città australiane, come prologo degli Australian Open.

E la protesta delle star di ieri e di oggi e di moltissimi paesi più piccoli sono aumentate: non piace la formula e non piace la data delle finali a 18 nazioni in sede unica della Davis, il 18-24 novembre a Madrid, perché non danno lustro ai paesi ospitanti e spezzano la preparazione invernale nell’imminenza della ancor più ricca manifestazione Atp. Che, all’alba del 2020, appena quaranta giorni dopo, vedrà in campo 24 nazioni e sarà ideale per preparare la prima prova stagionale degli Slam a Melbourne. Peraltro, nell’estate australiana che si contrappone e si fa preferire all’inverno europeo.

Non contento, Haggerty ha messo mano anche alla riforma dei professionisti per favorire l’ascesa dei giovani giocatori che, negli anni, risulta sempre più difficile, mentre al vertice l’età dei partecipanti è sempre più elevata. L’obiettivo è quindi la drastica riduzione dei giocatori “pro”, gli uomini da 2000 a 750, le donne da 1250 a 850, con la creazione del Transition Tour, già attivato quest’anno. Il numero 1 Itf non ha deciso tutto ciò dal giorno alla notte, ha analizzato una lunga e documentata inchiesta interna del 2001-2013 dalla quale si desume che, a fronte di troppi giocatori (circa 14 mila) che concorrono nei vari livelli del circuito professionistico,  troppo pochi riescono a finire almeno a non perderci economicamente, e quasi la metà non percepisce alcun prize money.

Il Transition Tour sostituirà l’attuale livello dei tornei da 15 mila dollari, che era il primo scalino dei neo-pro, promossi dalla categoria juniores. Non darà più punti per la classifica Atp ma per quella Itf. Tagliando così un gran numero di giocatori e permettendo una maggiore distribuzione degli attuali premi.

Il primo a contestare la riforma è il vicepresidente della Federtennis tedesca, Dirk Hordorff: “In pratica, così, si chiede alle singole federazioni di produrre sempre meno giocatori, mentre dovrebbe, chiaramente, essere il contrario”. Da cui è stata aperta una petizione che punta a raccogliere almeno 10 mila voti: “Tutti i migliori giocatori hanno cominciato ad aggiudicarsi punti Atp in questi tornei, questa tappa iniziale è molto importante nella carriera di chi vuole intraprendere questa strada che, invece, così rischia di fermarsi subito”.

Intanto, c’è il ricorso della Polonia al CAS (il tribunale arbitrale dello sport) contro la riforma della Davis, c’è una protesta ufficiale del Lussemburgo, c’è un’insolita levata di scudi di Montecarlo: “Questo nuovo formato è inaccettabile sotto il profilo sportivo” e c’è la posizione “indispettita” di Kenya e Zambia. Sembrano realtà risibili, ma sono anche le basi del movimento tennistico che, con la formula tradizionale, dava lustro, importanza  (e quattrini) alle piccole realtà.