Le lettere di passione e dolore tra Nina Giustiniani e Camillo Benso di Cavour

“Io non so nulla tranne d’amarti tanto. Tu sei tutto per me. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini… Camillo, sono tua per sempre”. Chissà se, quando era ormai primo ministro del Piemonte, e architettava l’Unità d’Italia, Cavour avrà mai ripensato a queste parole, e a tutte le lettere traboccanti di passione come questa. Lei si chiamava Anna Giustiniani, detta Nina, era una nobile genovese, di tre anni più vecchia di lui, e resterà il più grande amore nella vita dello statista.

Un amore tragico, una macchia nera nella biografia di uno dei padri del Risorgimento, che siamo abituati a conoscere già adulto, tutto dedito alla politica (non si sposerà mai), razionale e implacabile nelle sue intuizioni. Oggi siamo in grado di rievocare quegli anni romantici e folli, attraverso le lettere che i due si scambiarono, recuperate fra le carte private di Cavour. Si possono consultare liberamente, a Torino: sono strette da un nastro insieme a una ciocca di capelli biondi. Di Nina.

Chi era Cavour nel 1930

L’anno è il 1830. Camillo Benso, futuro conte di Cavour, ha solo venti anni, è un giovane insoddisfatto, inquieto, e non sopporta il clima clericale e oscurantista che si respira nel Piemonte di Carlo Felice. Il futuro liberale è quasi un rivoluzionario: viaggia in Europa, respira gli ideali mazziniani, abbandona la fede. Qualcuno lo sente addirittura esclamare “Viva la Repubblica!”.

La famiglia lo considera un figlio problematico, al contrario del fratello Gustavo, serio e compassato. Da tenente del Genio viene assegnato a Genova. Una città con il suo stesso stato d’animo: frustrata e impotente, dopo la forzata ammissione alla monarchia sabauda nel 1815. I salotti della nobiltà genovese, che Cavour frequenta, sono pieni di fermento, ben  diversi dalla cupa apatia di Torino. E proprio in uno dei più prestigiosi ritrovi di intellettuali, Camillo incontra lei, la donna del suo destino, quella che per decenni, nelle biografie cavouriane, rimarrà “l’Incognita”.

Anna Schiaffino, sposata e infelice

Anna Schiaffino all’epoca ha 23 anni, ma è sposata già da cinque col marchese Stefano Giustiniani. Un matrimonio infelice: il marchese, basso e tarchiato, è un uomo compassato, cinico e decisamente reazionario. Dalla sua però ha il nome di una famiglia dal secolare prestigio (che si vanta di discendere addirittura dall’imperatore Giustiniano) e ai genitori di Anna basta e avanza per concedergli la sua mano. In due anni, nascono anche due figli, Teresa e Giuseppe. Ma Anna è scontenta.

Lei, che è cresciuta in Francia, figlia di un alto funzionario di Napoleone e nipote dell’economista Luigi Corvetto, creatore dello stato finanziario moderno, cerca una sua dimensione di donna colta e indipendente tenendo salotto a Palazzo De Mari, che diviene uno dei luoghi di dibattito più frequentati di Genova. Vi si parla di musica, di poesia, soprattutto di politica.

Inevitabile che passi di lì anche il giovane Cavour, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e inevitabile che incroci lo sguardo con questa ragazza non bellissima, ma ricca di fascino e di “grazia spontanea”, come la descrivono gli storici dell’epoca. Non sappiamo se l’amore nasce subito, certo si instaura un forte legame intellettuale, nel quale entrambi possono finalmente dare libero sfogo alle aspirazioni più profonde. “Verrà il giorno – scrive Nina a Camillo, profetica – nel quale il tuo ingegno sarà messo in evidenza”.

Dal diario di Cavour di quei mesi, si capisce che i due fanno un gioco pericoloso: il disprezzo per le convenienze, la comune passione politica e l’incoscienza della gioventù li portano a non fare nulla per nascondere la loro simpatia, che ben presto diventa amore. “Sai la tua Giustinianina? – scriveva Bice Pareto al figlio Carlo, spasimante di Nina – Chi la vuole sansimoniana, chi protestante, chi innamorata di un tal Cavour piemontese, chi pazza…”

Dunque Nina è già persa per il giovane tenente, ed il suo destino, come vedremo, è segnato. Le voci sulla loro relazione giungono anche al marito, che sorprendentemente minimizza, con la  vena di misoginia che non lo abbandonerà mai: “Quella per Cavour? È solo una passione. La verità è che Nina non è in possesso delle sue facoltà mentali”.

Intanto, l’occhio irascibile e volubile del re Carlo Felice si posa su Camillo, lo ritiene troppo poco fedele alla Corona, e troppo stimolato dall’ambiente genovese. Il “contino giacobino”, come lo chiama Carlo Alberto, viene richiamato a Torino alla fine del 1830, e nel marzo ‘31 praticamente confinato nel forte di Bard, in Val d’Aosta.

Tre lettere

Sarà un anno lunghissimo, per lui e per lei. Nina scrive tre lettere al giovane conte, ma non riceve risposta. Alla fine dell’anno Cavour è di nuovo a Torino, ma è un uomo sull’orlo del baratro. Il vizio del gioco, l’alcol, le avventure con donne facili: ”Impiego davvero bene il mio tempo…”, annota amaramente. Alla morte dell’odiato Carlo Felice, Nina compie un gesto clamoroso: si presenta in teatro con altre quattro dame del suo “salotto” con abiti sgargianti, invece che indossando il lutto.

Una protesta contro un re illiberale, contro il re di suo marito, che era il suo gentiluomo da camera, ma anche il re che ha allontanato da Genova il suo grande amore. Da Cavour, silenzio. Lui stesso si rende conto di essere sparito senza giustificazione: “Quando penso alle sofferenze terribili – annota – che ha subito a causa mia, mi viene una rabbia contro di me, mi accuso d’insensibilità, di crudeltà, d’infamia!”.

Intanto la famiglia Giustiniani è esasperata: Nina non fa nulla per nascondere la sua passione per il conte lontano, e compie altre imprudenze politiche, arrivando a denigrare in pubblico lo scomparso sovrano. Anche il marito, alla fine, decide di allontanarla da Genova. Nella casa paterna di Polanesi, in montagna, Nina continua a pensare a Camillo. Fa lunghe passeggiate: “Arrivo in cima a un monte, per gettare i miei sguardi sull’orizzonte, e respirare l’aria che mi arriva senza ostacoli dai paesi dove sta il mio bell’amore…”.

Cavour intanto viaggia, riflette e scrive: non è più il rivoluzionario di un anno prima, ma si convince che per combattere lo strapotere dell’aristocrazia e del clero occorre muoversi per gradi, cercando il “juste milieux”, il giusto mezzo. È ormai un liberale. Ma il destino ha in serbo per i due amanti altre occasioni di incontro.

Il ritorno a Genova

Nina torna a Genova, poi è a Milano, dove vive da emarginata, considerata una pazza. E certamente è in uno stato di profondo esaurimento: i medici le diagnosticano un “disordine al sistema cardiaco” (con amara, involontaria ironia) e le consigliano una visita presso un celebre cardiologo, Francesco Rossi, che è a Torino. Il 24 giugno 1834 Nina e il marchese Stefano sono nella capitale sabauda, e lei scrive subito a Camillo.

Finalmente, dopo tre anni, i due si rincontrano, nell’albergo di lei alle terme di Vinadio, presso Torino, mentre il marito è assente. Un incontro che Cavour descrive così nel suo diario: lei era in camera, sola, “tristemente poggiata sul tavolo, è l’immagine della sofferenza… ma non pronuncia un solo rimprovero, cerca solo di spiegare la sua condotta. Infine, forse per la dolcezza del suo sguardo, le ho preso la mano, l’ho portata sul mio petto e le ho chiesto “Mi perdonerete mai?”. Lei non ha resistito molto; la sua fronte si è appoggiata alla mia, e la sua bocca ha cercato la mia, per imprimere un bacio d’amore e di pace…”.

I giorni successivi sono un delirio di passione, con incontri mattina e pomeriggio, approfittando delle assenze del marchese. Un amore totale, nel quale affogano i ricordi degli ultimi anni, dolorosi per entrambi. Lui le racconta della passione politica, delle delusioni, perfino dei suoi amorazzi. E lei, nota il conte – “piena di delicatezza, costantemente evita di parlarmi di sé medesima, dei suoi lunghi dolori, delle sue crudeli sofferenze”. E si sbilancia: “Non abbandonerò mai più questa femmina celeste. La mia esistenza le sarà consacrata. Sarà la luce della mia vita, l’unico oggetto dei miei sogni, dei miei ricordi”.

Gustiniani rompe gli indugi

Una vera promessa per l’eternità. Qui entra in gioco il marchese Giustiniani, finora passivo. Paga la cameriera per intercettare le lettere tra i due, e alcune le trattiene, lasciando Cavour a lungo senza notizie di lei. Il che fa infuriare Camillo, che medita di sfidare il marchese a duello, poi dissuaso da una tenera lettera di Nina. Ma la situazione è ingestibile: lei si accorge dei trucchi del marito, e scrive lettere appositamente provocatorie: “Se ti amo, Camillo? Se ti amo? Ma se aspetto solo il silenzio della notte, perché risuoni nelle mie orecchie il tuo nome… sei mio? Sei mio!”.

Ma nascono anche i primi sensi di colpa, non certo per il marito, ma per lo stesso Camillo: “Potrò in coscienza donarti il fardello di una donna tutti  i giorni sofferente, che non guarirà mai? Potrò permettere che un giovane come te, pieno di forza, di vita, di talento, mi sacrifichi il suo avvenire, le sue speranze?”.

Camillo progetta persino la fuga con lei, una fuga d’amore, ma poi cambia idea. Finché i due si separano di nuovo: il conte torna in città, i Giustiniani nel castello di Voltri. Lei scrive un biglietto al marito: “Caro Stefano, se continui a ignorare ciò che faccio, se non vuoi assolutamente ch’io lo veda a Voltri (e certo non hai torto) io prenderò le mie misure per procurarmi un passaporto. Spiegati chiaramente per voce o per iscritto”.

Stefano, incredibilmente, accetta di far venire Camillo, e l’amore risboccia, praticamente sotto il naso del marito: lunghe passeggiate nello splendido parco, gite, passione. Ma lei già sa, già sente che è un amore impossibile: “Le nostre posizioni – gli scrive – sono del tutto diverse. Io sono sofferente, scoraggiata, incapace di prendere parte alle dolcezze della vita. Trovare una persona che ha voluto accettarmi, sopire le mie pene, amarmi infine, è stato un regalo che non devo più pretendere.”

Ancora la paura di essere un peso per la “brillante carriera” che Nina ha sempre predetto al suo Camillo. Al momento di partire ancora, dopo un incontro, il 18 ottobre del 1834, che resterà l’ultimo tra i due, Nina gli scrive: “Addio mio Camillo, mio tutto, sola luce che rischiara la notte profonda che mi circonda. Tu sarai tutto per me, nei giorni e nell’eternità”.

Camillo e la marchesa Guasco

Ma lui è già lontano, col corpo e con la mente: conosce la marchesa Clementina Guasco e intreccia una relazione con lei, arrivando a commissionare al pittore Romanini un suo duplice ritratto, uno per Nina, uno per Clementina. La sua passione si spegne, mentre quella di Nina è più forte che mai, anche quando il marito decide di trasferirsi con lei a Palazzo Lercari Parodi, sempre a Genova, che diviene una sorta di prigione. Stefano infatti sparge la voce che la moglie è matta. Parenti e amici non possono vederla, i genitori si rifiutano, finché lei non giuri di aver scordato Cavour.

Lui, il futuro padre della Patria, è di nuovo in viaggio: Svizzera, Francia, Inghilterra… studia il liberalismo moderno, i paesi costituzionali, dotati di parlamenti e di leggi più eque.

“Amarti con passione è forse follia? – gli scrive lei, con ostinazione – è follia vederti, scrivere e morire per te? Credono che sia matta? Li compiango, non sanno comprendere l’amore”. Nell’estate del 1835, Cavour le promette finalmente di tornare a trovarla. Ma scoppia un’epidemia di colera, e il viaggio è rimandato. Lei scappa di casa per raggiungerlo, e viene fermata ad Asti da un ufficiale sanitario. Camillo lo viene a sapere a Torino, e le consiglia di tornare a casa. È quasi un addio. Lei gli risponde: “I tuoi consigli mi hanno decisa. Vedo che attaccandomi alla tua sorte ti renderei infelice. Se è vero che le nostre anime sono fatte l’una per l’altra, ci ritroveremo nell’eternità”.

Un’ossessione divorante

È il 3 agosto. Pochi minuti dopo aver scritto queste righe, Nina beve del veleno, che però non la uccide. Dal tetro palazzo genovese, Nina continua a scrivere a Camillo, a pensare a Camillo, a sognare Camillo: un’ossessione divorante, che invano i suoi più cari amici, riammessi alla sua casa, cercano di guarire. Uno dei più assidui, Antonio Crocco, ha preso nota nel suo diario di quegli incontri, descrivendo una situazione sempre più preoccupante: “Nina assente, e perché!” (27 gennaio 1836); “Nina in faccia altrui – buona di cuore – traviata dalle circostanze” (3 marzo) “colloqui dolorosi con Nina” (23 aprile), e via di questo passo.

Lei è ormai disperata, scrive a Camillo persino in genovese: “Camillo bello, te vueggio tanto ben, ma quando te ou porrò dì. Sono tanto fiacca, a me existensa a le così precaria che non ho coraggio da pensà a l’avvegnì… Te daggo tanti baxi. Tutta to Nina”. È ancora sicura, dopotutto, che lui non l’ha dimenticata, mentre il marito continua a leggere le sue lettere, e a tenerla rinchiusa, come testimonia ancora Crocco: “Visita Nina. Verecondia dell’affetto più puro, tormento di formulare espressioni del cuore nelle lettere sottoposte al freddo e tirannico sindacato”.

L’idea di farla finita

Quando il padre di Nina muore, proprio di colera, lei scrive che desidera raggiungerlo presto. Si fa sempre più strada l’idea del suicidio, che tenta una seconda volta nel 1838. Scrive uno spietato autointerrogatorio: “Qual è l’essere che ami di più? Camillo. Qual è la cosa che desideri di più? La morte”.

Ormai è sola, rinchiusa nel dolore, e lo stesso Cavour, ormai lontano, le scrive di cercare di curarsi, di riguadagnare il buonumore, di distrarsi. Lei risponde: “La lunga solitudine mi ha fatto capire che non ho bisogno di distrazioni. Oso dire che ormai amo soffrire”. Quattro lunghi anni lontana dal suo Camillo, scissa tra il bisogno di vederlo e di sentirlo, e il desiderio di non appesantirlo con rimorsi o turbamenti. Quattro anni di amore disinteressato, senza un rimprovero o una richiesta, nella assoluta certezza dell’avvenire radioso di lui, e quello tragico di lei.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1841, Nina prende la penna e scrive ancora a Camillo: “La donna che ti ha amato è morta. Non era bella. Aveva sofferto troppo. Quello che le mancava lo sapeva meglio di te. È morta, ti dico, e nessuna ti ha amato come lei. Nessuna.” Poi si getta dalla finestra del cortile di Palazzo Lercari Parodi.

Muore dopo atroci sofferenze, solo sei giorni dopo. Viene sepolta sola, come è stata nella vita, nella chiesa dei Cappuccini di Genova, lontana dal marito che si è risposato, dai genitori che la ripudiarono, dagli amici del suo salotto dei tempi belli. Camillo, il suo unico amore, diventerà nel 1850 ministro, e nel 1852 capo del governo del Regno di Sardegna, riuscendo nel 1861 a coronare il suo sogno di un’Italia unita. Morirà pochi mesi dopo, a giugno, a soli 51 anni. Non aveva mai ricevuto l’ultima lettera di Nina Giustiniani, l’unica donna che lo aveva amato.

Nella foto di apertura, Anna Schiaffino Giustiniani, a venticinque anni in un ritratto del pittore Ferdinando Cavalleri (Wikipedia) e un ritratto di Camillo Benso di Cavour (Agf, Pinacoteca di Brera)