Oramai serve più energia per estrarre Bitcoin che oro, fisicamente 

Costa più il piccone o la blockchain? A provato a dare una risposta una ricerca pubblicata su Nature. Estrarre bitcoin consuma più energia che estrarre (fisicamente) oro. Le criptovalute hanno adottato il gergo da miniera per definire la creazione di nuove monete digitali: si chiama “mining”, “estrazione”. Così come oro e rame vengono ottenuti a picconate, anche i cercatori di criptoavalute “scavano” la blockchain per ottenere nuove monete.

Quanto energia consuma Bitcoin

Gli autori dello studio, Max Krause e Thabet Tolaymat, hanno misurato quanta energia serve per estrarre l’equivalente di un dollaro. I bitcoin sono le monete più dispendiose: servono 17 megajoule (4,72 kWh). A Monero (un’altra criptovaluta) ne servono 14. Ne bastano 7 per Ethereum e Litecoin. Se ci si sposta dall’estrazione elettronica a quella convenzionale, l’energia necessaria cala: 4 megajoul per un dollaro di rame, 5 per l’oro, 7 per le terre rare. Fa classifica a sé l’alluminio, che di megajoule per dollaro ne richiede 122. In pratica, quindi, Monero “consuma” il doppio rispetto alle terre rare e Bitcoin più del triplo dell’oro per produrre un valore equivalente.

Le emissioni delle criptoavalute

L’analisi è durata circa due anni, dal 2016 al 2018. In questo periodo ha stimato emissioni complessivo di Co2 tra le 3 e le 15 milioni di tonnellate per le sole criptovalute prese in considerazione. Mentre i loro prezzi sono stati volatili, tre su quattro hanno evidenziato un costante incremento del consumo di energia. I dati suggeriscono quindi che il loro fabbisogno continuerà ad aumentare. Visto che i Paesi hanno un prezzo dell’energia differente e si approvvigionano da fonti diverse, sia il costo di estrazione che le emissioni variano da Stato a Stato. Ad esempio: l’estrazione di criptovaluta in Cina, dove c’è intensa attività di mining, ha generato il quadruplo della CO2 rispetto al Canada, dove il 60% dell’elettricità arriva dall’idroelettrico. 

Estrazione cara, circolazione conveniente

Per completare il quadro servono altri due elementi. I ricercatori hanno stimato solo il consumo elettrico dei computer: serve una capacità di calcolo sempre maggiore per validare le transazioni precedenti, chiudere un nuovo blocco e ottenere criptovalute. Non è invece stata contata l’energia necessaria per gli impianti di raffreddamento necessari. Le “miniere” digitali, infatti, sono impianti dove operano decine di macchine. Che per funzionare devono mantenere basse temperature. È quindi certo che il consumo complessivo sia maggiore rispetto a quello indicato dalla ricerca. Va però specificato che i costi individuati dai ricercatori riguardano la sola estrazione e non la gestione successiva. In altre parole: la “nascita” di bitcoin consuma molta più energia rispetto alla ricerca di oro, ma la sua circolazione ne richiede molta meno. I beni digitali si scambiano con facilità e non si rimodellano. Dopo l’estrazione, i metalli sono invece più onerosi, sia in termini economici che energetici, perché devono essere trasportati e lavorati. 

A cosa serve questa ricerca

Sia chiaro: il confronto – lo dicono gli stessi autori dello studio – è improprio. Non è possibile sostituire la blockchain con il piccone. L’obiettivo della ricerca è un altro: creare consapevolezza. “Solo perché qualcosa è elaborato digitalmente – hanno spiegato Krause e Tolaymat a BuzzFeed – non significa che non consuma una quantità considerevole di energia”.