Tutte le questioni intorno alla nuova Super Champions

Da una parte i grandi club che vorrebbero una super Champions (o super Lega), dall’altra i piccoli e medi club che invece vorrebbero più chiarezza prima di dare il via libera alla nascita di questo campionato d’élite. La posta in palio non è banale, visto che si tratta di ridisegnare, a partire dal 2024, il futuro del calcio europeo.

Quelle che potevano essere catalogate come semplici schermaglie ora stanno iniziando a diventare prese di posizione sempre più nette. Da tempo si parla di una nuova suddivisione dei campionati europei che possa portare maggiori introiti e rispondere a un mercato più ampio e globale.

In questa nuova organizzazione scomparirebbe la semplice divisione in Champions ed Europa League come oggi la conosciamo. Al loro posto si potrebbe assistere alla nascita di tre campionati (una sorta di Serie A, B e C) ognuno di questi a 32 squadre per un totale di 96 compagini (16 in più rispetto alle 80 attualmente iscritte alle competizioni europee).

Tutte le partite si giocherebbero durante il weekend, con lo spostamento dei campionati nazionali al martedì e al mercoledì. Questa sarebbe l’ipotesi più accreditata ma di certo non c’è ancora nulla.

A parte il dialogo partito tra la UEFA, presieduta da Alexander Ceferin, e l’ECA, l’European Club Association che rappresenta, dal 2008 anno della sua fondazione, i club del Vecchio Continente (attualmente 232 iscritti).

Una questione economica

Il fattore guadagno, come scrive il Sole 24 Ore, è l’aspetto che sta convincendo molti club ad attuare questa rivoluzione.

L’attuale Champions League fattura una cifra di poco superiore ai 3 miliardi a stagione. Di questi, poco meno di 2 miliardi, sono ad appannaggio dei club che partecipano alla fase ai gironi.

Numeri inferiori ad altre grandi leghe professionistiche mondiali, come la NFL e la NBA. Secondo il giornale di Confindustria una Champions con match di alto livello, calendarizzati nel weekend e “a orari compatibili con il prime time televisivo di Cina, India, Giappone, Indonesia, Nordamerica e mondo arabo potrebbe triplicare gli incassi, arrivando a quota 10 miliardi stagionali con ricadute positive su tutta la piramide calcistica”.

Per i club, quindi, ci sarebbe maggiore spazio di manovra, nuovi pubblici da intercettare e possibili aperture a mercati molto ricchi. Difficile non esserne ingolositi. 

 

Il vero rischio di “asfissia” per i campionati nazionali è la straripante Premier League non la SuperChampions che anzi potrebbe assicurare più soldi a tutto il sistema.
Ecco la mia analisi sulle polemiche di questi giornihttps://t.co/i8ZkJnbQUI

— Marco Bellinazzo (@MarcoBellinazzo)
9 maggio 2019

 

Una questione di tutela nazionale

Se da una parte ECA e UEFA hanno annunciato di non voler realizzare un riassetto in maniera autonoma ma si stanno impegnando a lavorare allo stesso tavolo, sono i club meno in vista, ma non meno ambiziosi, a scontrarsi sul futuro della massima competizione europea.

L’ECA, guidata da Andrea Agnelli, presidente della Juventus, è composta dai club più importanti del Vecchio Continente, quelli che sarebbero maggiormente propensi alla riforma.

Così, lo scorso marzo, ad Amsterdam lo stesso Agnelli annunciava i passi avanti fatti: “Abbiamo lanciato ora il processo per sviluppare una visione per il futuro delle competizioni Uefa per club. Questo è l’inizio di un viaggio che vedrà il coinvolgimento di tutte le parti interessate”.

L’Europeans Leagues, invece, è un’organizzazione che rappresenta più di 900 team, anche quelli medio-piccoli, e che spinge per avere maggiori garanzie per la tutela e la salvaguardia dei campionati nazionali e delle realtà meno facoltose.

Quest’ultima, il 6-7 maggio, si è riunita a Madrid con la presenza di oltre 200 tra proprietari e dirigenti (Juve, Roma e le due squadre milanesi uniche assenza per l’Italia).

Tra i più scettici, spicca la figura di Urbano Cairo, presidente del Torino: “La Superlega dovrebbe giocare sabato e domenica, relegando i campionati al martedì o mercoledì: le squadre ricche lo diventerebbero di più, e le altre perderebbero appeal. Per chi ama il calcio, i campanili, le sfide, questa scelta non rispetta il popolo italiano. Questo tipo di Champions è molto interessante, ma i campionati devono essere tutelati”.

Non ci sarebbe, quindi, una chiusura totale ma solo una richiesta di maggior democrazia e partecipazione.

 

Una questione meritocratica

Molti club usano l’Eurolega di basket come modello da non seguire, e per questo preoccupante.

La possibile partecipazione alla massima competizione cestistica europea infatti è regolata, in parte, da licenze pluriennali concesse ai club più forti.

Licenze con diverse clausole che metterebbero in secondo piano i risultati ottenuti sul parquet. Ovvero molte squadre hanno la certezza di partecipare a diverse edizioni dell’Eurolega senza dover per forza vincere il proprio campionato di riferimento (o classificarsi tra i primi posti).

Il meccanismo di promozioni e retrocessioni, qualificazioni ed esclusioni, resta probabilmente l’argomento più delicato nell’organizzazione della nuova super Champions League.

Insieme a quello che riguarderebbe le “resistenze” di alcuni campionati, come la Premier League, i cui stadi sono sempre pieni e i cui diritti tv sono venduti ovunque nel mondo. Come reagirebbero i tifosi più tradizionalisti nel vedere i propri beniamini giocare a metà settimana?

Una questione nazionale  

A dare conferma a questo pericolo ci ha pensato anche Mario Sconcerti, dalle pagine del Corriere della Sera: “La cosa più probabile è che la nuova Champions si giocherà il sabato e la domenica. Le conseguenze sono molto chiare: il vero campionato sarebbe quello europeo; televisioni, sponsor, valore del marchio, aumenterebbero solo per le sue partite e le sue squadre. Il campionato nazionale perderebbe infinitamente valore”.

Tra i rischi c’è sicuramente un turnover pesante, un depotenziamento delle sfide che hanno scritto la storia della Serie A, uno sguardo solo ai match con le altre potenze europee.

Una globalizzazione esagerata che svuoterebbe il calcio della sua tradizione e della sua storia in cambio di un mucchio, seppur molto grande, di quattrini.

Una posizione simile è stata espressa anche dal vice-direttore della Gazzetta, Andrea Di Caro: “Qualsiasi riforma non può prescindere dal tentativo di valorizzare il nostro calcio rendendolo più competitivo ed equilibrato: attraverso una diversa ripartizione delle risorse, riforme dei campionati, nuovi impianti”.

Stop alle favole calcistiche?

Alessandro Vocalelli, su TuttoSport, ricorda quanto le cosiddette cenerentole siano fondamentali nello sport.

Osservare i Davide che, contro ogni pronostico, superano i Golia potrebbe diventare un valore da proteggere: “La sensazione è che una super Champions finirebbe per contraddire lo spirito stesso del pallone, facendo venire meno anche quella naturale aspirazione di raggiungere i massimi palcoscenici esclusivamente con le proprie forze. Come successe al Chievo, capace di approdare addirittura ai preliminari della Coppa più importante. Oppure, ed è attualissimo, basta prendere l’esempio di questa splendida Atalanta, che si trova a tre giornate in piena corsa per andare in Champions”.

Una questione politica

Qualche giorno fa è intervenuto anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, a cui spettano, vista la delega allo sport, molte decisioni.

Il suo è stato un vero monito: “È un momento molto delicato. C’è la possibilità che tutte le risorse si concentrino nella Super Champions depauperando tutto il sistema delle altre competizioni”.  E ancora: “Se viene meno il merito sportivo salta il presidio che regge tutto il sistema”. Anche in questo caso, a dirla con il linguaggio del governo, prima i tifosi (e i team) italiani. Almeno per ora.